Riappropriarsi del tempo (parte terza)
Scegliamo di iniziare questo ciclo del tempo dalla prima notte di plenilunio di primavera. L’inizio non è casuale perché anche il nostro calendario si è strutturato sulla necessità di stabilire con esattezza la data della Pasqua che doveva cadere la prima domenica dopo il plenilunio di primavera.
In questa notte viene NARRATA LA STORIA, i padri la raccontano a se stessi e ai figli. Raccontano la storia di come siano passati dalla condizione di schiavitù alla libertà. Come siano usciti dall’Egitto e siano ritornati a casa. Nell’ovoide di Assagioli le schiavitù sono collocate alla periferia, sono le subpersonalità, sono l’allontanamento dalla libertà dell’IO. Il ritorno a casa è un andare verso il centro acquistando libertà decisionale, il punto dove è collocata la volontà della persona.
Nella narrazione c’è un momento di recupero in cui tutti i pezzi della nostra vita sono rimessi insieme e risignificati. Abbiamo la rinascita, i frammenti vengono integrati al sé ed è restituito lo stato di interezza. Momento importante per riappropriarsi della propria storia. Ci prepariamo alla pasqua facendo le pulizie e rimettendo in ordine. La storia va raccontata e va ascoltata, va ripetuta e va ricordata, ridata al cuore. Bisogna ritornare alla propria storia perché questa ci permette di rinascere, di vivere la nostra pasqua. Rivivendo e risignificando la nostra storia scegliamo il nostro modello e lo portiamo nel mondo. Il momento successivo è la Pentecoste, la discesa dello spirito che nel disegno dell’ovoide di Assagioli rappresenta la formazione dell’individualità. Questo sono IO e non un altro.
I segni dell’invecchiamento sono quattro:
– quando affondate i denti in una bistecca e vi rimangono conficcati,
– quando la vostra schiena se ne va per i fatti suoi,
– quando capite che la/il vecchia/o che incontrate per la strada è vostra/o moglie/marito,
– quando raggiungete l’ultimo piolo della scala in cui vi state arrampicando e vi accorgete che è appoggiata sul muro sbagliato.
E’ importante vivere la propria storia e non quella di un altro (potrebbe essere anche di una mia subpersonalità, ma non è quella del mio IO).
Il periodo successivo è quello della realizzazione di questo mio essere che viene portato alla massima luce, solstizio d’estate, che da i massimi frutti, festa del raccolto ad agosto, e che celebra la sua massima espressione nella festa in cui si riconosce la regalità del Cristo, riflesso della stella in ognuno di noi.
Il momento successivo con la festa dei morti ci riporta nella parte oscura dell’anno, il periodo d’introversione, il momento di pausa. Dopo questa festa non si facevano più raccolti. E’ un periodo di gestazione in cui così come non si rimuove il seme per osservare il suo sviluppo si vive un tempo d’attesa perché dalle oscurità del nostro inconscio nasca una nuove vita: siamo a Natale, il giorno da questo momento comincia a crescere.
Il momento successivo è quello della festa della candelora, si accendono le luci, si cerca di vedere, i contadini scuotono gli alberi per risvegliarli. Si cominciano a provare i sé alternativi, è la festa del carnevale. Soltanto sperimentando si può conoscere e scegliere.
E dopo averli provati si ritorna in un momento d’introspezione, la Quaresima, perché si devono raccogliere tutti i pezzi, piccoli e grandi sé, parti di essi vecchie o nuove per poterle raccontare e far nascere l’uomo nuovo. Il ciclo ricomincia.
Il racconto è un momento fondamentale per potere ricordare anche le parti nascoste.
Troppe volte siamo focalizzati sulla meta del percorso non accorgendoci di ciò che avviene lungo la strada. Siamo troppo focalizzati sul risultato finale, sul raggiungimento della vetta, elogiamo questo tipo di vita definendolo efficace. Il medico è bravo se fa raggiungere rapidamente la guarigione e lo stesso per le terapie, più sono rapide più sono tenute in considerazione.
Quello che avviene nel percorso viene spesso non considerato perché si tende solo al risultato. La maggior parte della vita la trascorriamo lungo la strada, lungo la scalata e se siamo troppo intensamente focalizzati solo sulla cima non sentiamo più l’eco dei nostri passi e per di più possiamo non accorgerci che la cima che puntiamo non è quella della nostra montagna. Quando poi la scalata è animata dalla competizione, la storia è determinata per definizione solo in rapporto alla storia di qualcun altro. La competizione ci fa concentrare su di una storia che non ci appartiene e persino dentro la storia ci concentriamo solo sui risultati.
Quando raccontiamo la storia parliamo facilmente dei successi e dei risultati, raramente degli insuccessi mancati per poco e di solito cerchiamo di esorcizzare i fallimenti e le sconfitte. Nel racconto rimettiamo sinceramente tutto insieme, ricordiamo i particolari e onoriamo il processo della nostra vita. È il momento in cui lasciamo le maschere per prendere contatto il nostro sé. Dobbiamo cercare questo tempo per vivere un tempo senza maschere.
Nella narrazione dell’ultima cena si spezza il pane (si condivide: bisogna raccontare a qualcun altro) e una parte è nascosta le calice. Nella nostra storia ritorniamo a quando il mondo c’è sembrato spezzato, ricontattiamo i nostri bambini interiori perché ritrovino la parte mancante e la riportano all’adulto. Il processo di guarigione è iniziato.
Mi ha stupito molto leggere che Goethe fosse abbastanza soddisfatto perché ricordava 14 giorni della sua vita. Mi erano sembrati pochi e ho cercato di verificare quanti ne ricordavo io accorgendomi che possedevo solo pezzi, ricordi di frammenti. Goethe era un collezionista di tempo ed era riuscito ad avere una splendida collezione di quattordici giorni. La raccolta non è possibile senza una ricerca, senza un raccontare per ricordare.
La Polarità
Per terminare vorrei farvi vedere un’altra rappresentazione della polarità: il pendolo.
Il punto O rappresenta l’assenza di movimento e quindi di tempo, potremmo considerarlo l’apice da raggiungere sapendo che questo a sua volta diventerà il punto A o B di un nuovo pendolo collocato ad un livello superiore. La vita è un percorso ciclico che nel processo di crescita si colloca a livelli superiori. Per questo il tempo procede sempre in un’unica direzione andando dal passato verso il futuro.
<< noi veniamo da un “tutto” cui è stato strappato “qualcosa”. Quel qualcosa è il nostro Universo. Stiamo lentamente ritornando là da dove siamo stati strappati. Ecco perché il tempo va sempre avanti, mai indietro. Il tempo è la prova che siamo parte del “tutto”. Quando ritorneremo al “tutto”, il tempo cesserà di esistere >> Antonino Zichichi
Sperando di essere stata sufficientemente chiara vorrei concludere con l’auspicio che integrando i diversi codici si possa sempre aiutare ciascuna persona affinchè viva coscientemente e nel migliore dei modi la sua vita.
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